CASTA SINDACALE


Pubblicato da Iole il 10 Novembre 2007 - articolo letto 2435 volte

Di L. Esposito

Le pratiche per la pensione ci costano 350 milioni. E’ la cifra sborsata dal ministero del Lavoro agli sportelli che offrono servizi ai cittadini in Italia e all’estero.
«Funziona così: un pensionato che deve presentare una pratica all’Inps, invece di paralizzarsi in coda agli sportelli, entra in uno dei tanti patronati. Consegna le carte e se ne va. Il servizio è gratuito» Nel senso che il pensionato non paga. Lo Stato sì. Alla fine di ogni anno i patronati, gestiti e costituiti dai sindacati, presentano il conto. Eccolo: Trecentocinquanta milioni di euro (più precisamente 348.627.751). È quanto il ministero del Lavoro ha versato per l’attività svolta dai patronati nel 2004 (è l’ultimo dato disponibile: in queste settimane si sta provvedendo a saldare il conto del 2005).
Ma come si arriva a trecentocinquanta milioni? Chi e come stabilisce il costo dei servizi offerti dai patronati?
Gioco a premi
II meccanismo somiglia a quello di un gioco a quiz. C’è un tabellario che stabilisce quanti punti "conquista" un patronato per portare a termine una determinata pratica.
Per esempio, un assegno di invalidità o una pensione di inabilità fanno guadagnare sei punti. La revisione di un assegno di invalidità vale quattro punti, per una pensione sociale il patronato acquista solo due punti. Questo non è un gioco: di mezzo non ci sono fiches ma soldi veri. Ogni punto vale cinquanta euro. Quindi, presentando due pratiche per un assegno di inabilità, il patronato incassa seicento euro. Una pensione sociale equivale a cento euro.
Flusso di denaro
Ma oltre ai soldi legati, all’attività svolta, nelle casse dei patronati arriva anche un altro flusso di denaro: quello che il Ministero del Lavoro versa per l’organizzazione degli uffici. Quanto spetta a ciascun patronato perché possa mantenere in piedi la struttura? E chi stabilisce quanto deve percepire ciascuna sede?
Anche qui si ricorre al meccanismo dei punti. Ma in questo caso un punto vale addirittura 8.500 euro. Alla sede centrale dell’Inca (Cgil), piuttosto che dell’Inas (Cisl) o dell’Ital (Uil), vengono attribuiti 10 punti. Tradotto in denaro, vuoi dire che la sede principale ottiene 85mila euro per il solo fatto di esistere. Le sedi regionali e provinciali, invece, "valgono" due punti ciascuna, la sede zonale uno solo.
E, come nei giochi, per ottenere il bonus bisogna raggiungere un punteggio: quota 400 garantisce il finanziamento. Come dire: un centinaio di pratiche in un anno assicurano anche i fondi per l’organizzazione. Alle sedi "zonali", invece, di punti ne bastano duecento.

La parte del leone
L’Inca, il patronato della Cgil, mangia la fetta più grossa di questa torta ricchissima: ha incassato 82milioni 160mila euro, seguito dall’Inas-Cisl, con 61 milioni. Poi ci sono le Acli, rimborsate con oltre quaranta milioni di euro. Negli uffici dell’Ital-Uil, infine, arrivano 26 milioni. I tre sindacati più le Acli fanno la parte del leone con 210 milioni di euro.
Gli altri enti, tra cui Enasco (Confcornmercio), Epaca (Coldirettì), Inac (Confederazione italiana agricoltori) e Acai (Associazione Cristiana Artigiani Italiani) si spartiscono i restanti 138 milioni di euro. La lista è lunga, in tutto le sigle dei patronati riconosciute dal ministero del Lavoro sono una trentina (l’autorizzazione ministeriale è obbligatoria perché una sigla possa accedere ai contribuiti pubblici previsti dalla legge).
Quasi tutti i patronati, oltre a essere distribuiti in modo capillare nelle province italiane, hanno ramificazioni all’estero. Sportelli che operano al servizio dei nostri connazionali per il disbrigo di tutte le pratiche. La maggioranza delle richieste riguarda - anche per le sedi di altri continenti - le pratiche previdenziali.
I patronati all’estero, però, fanno anche di più: sono dei punti di riferimento soprattutto per gli italiani che hanno lasciato il nostro Paese tanti anni fa. Secondo molti, inoltre, sono anche catalizzatori di voti in periodo elettorale.

La rete

Dal Sudamerica all’Australia, dall’Asia ai paesi dell’Est: i sindacati hanno i loro patronati praticamente ovunque. Il ministero del Lavoro rimborsa anche le sedi che svolgono attività dall’estero. Il meccanismo è sempre lo stesso. I numeri però sono diversi.
Anche ai patronati che lavorano in altri Paesi spettano introiti per l’attività e per l’organizzazione dell’ufficio. Anche oltre i confini si applica il sistema dei punti ma a Buenos Aires o a Caracas ogni punto "organizzazione" vale niente meno che diciottomila trecento euro. I punti relativi all’attività svolta, quelli che si guadagnano a seconda del numero e del tipo di pratiche andate a buon fine, all’estero equivalgono a settantasei euro l’uno.
In pratica, a ciascun ufficio, il ministero del Lavoro attribuisce due punti-organizzazione ogni quattrocento punti-attività. Vale a dire 36.600 euro per l’organizzazione dell’ufficio, ogni trentamila e quattrocento euro per l’attività svolta.
Conti in tasca
Facciamo un esempio: l’Inca-Cgil nel 2004 ha realizzato all’estero 94.998 punti-lavoro guadagnando 7 milioni 230mila euro. Ma ha incassato altri due milioni 348mila euro per l’organizzazione degli uffici. Un totale di nove milioni e mezzo, di euro. Alla Inas-Cisl sono andati 5 milioni 931mila per l’attività svolta al servizio dei cittadini, più due milioni e duecento mila euro per l’organizzazione degli uffici. In tutto, otto milioni 133mila. La Ital-Uil ha ricevuto per le sedi estere sette milioni (quattro milioni e settecentomila per le pratiche andate a buon fine, due milioni e trecento per l’organizzazione).
Cifre enormi per paesi come il Venezuela o il Brasile dove lo stipendio medio di un impiegato non arriva ai 500 euro al mese. Vero che ogni ufficio deve assumere due dipendenti (obbligo che esiste anche per le sedi italiane), uno part time e un altro a tempo indeterminato, vero quindi che il patronato deve sostenere delle spese, ma, in alcuni di questi Paesi il costo del lavoro è bassissimo rispetto ai trentaseimila euro che l’ufficio del sindacato incassa per l’organizzazione.
Per ottenere il bonus dei 36mila euro però, ogni patronato deve dimostrare di aver raggiunto i famosi quattrocento punti. In questo modo si spiega la proliferazione degli uffici all’estero. Quando la sede supera il tetto minimo di quattrocento punti, per ottenere altro denaro al titolare conviene aprire un altro sportello. Basta sfogliare l’elenco degli uffici all’estero per accorgersi che allo stesso indirizzo e numero civico, spesso risultano due sedi dello stesso patronato. Spesso lo stesso cognome ricorre in più di una sede. Per quale motivo, una volta superati i quattrocento punti, una sede dovrebbe continuare a inoltrare pratiche? Un nuovo ufficio vuoi dire altri clienti, altre pratiche. E, quindi, altri soldi.



5 commenti all'articolo «CASTA SINDACALE»

22 Aprile 2008 10:52:56, inviato da massimo
Isindacati hanno rovinato
l’Italia, sono una
massa di cialtroni e
scansafatiche, prima
scompaiono meglio è.
È il ritornello solito,
molto caro ai comizianti
da bar specie quando
hanno bevuto. Tanto noioso
da suscitare solo
un leggero moto di fastidio
negli avventori.
Succede però che quando
il clima civile di un
paese si imbastardisce
anche gli sfoghi dei qualunquisti
di giornata trovino
ascolto, divengano
materia di analisi
pensierose e di denunce
allarmate, vere e proprie
armi di scontro politico.
Viviamo uno di
questi periodi e ignorarlo
sarebbe grave.
L’offensiva odierna
contro la ”casta” sindacale
non deve sorprendere.
Dopo i politici sarebbe
toccato a noi, era
nell’aria. Che si facesse
uso di identiche violenza
verbale e povertà di
idee era quasi inevitabile.
I libri su commissione
e le campagne di
stampa a comando indovinano
sempre il momento
in cui cadere. Sono
un tributo alla moda,
ma danno voce a istinti
che partono da lontano.
Dietro c’è l’umore nero
di certa opinione plebea,
eccitato con malizia.
C’è un vuoto lungo
anni; un senso di sbandamento,
di perdita di
valori condivisi a cui bisogna
reagire. Per una
reazione naturale di dignità,
di difesa del nostro
ruolo, e per salvaguardia
doverosa dei
nostri rappresentati,
che ammontano a più
di dieci milioni di persone
vere, donne e uomini
fra attivi e pensionati
(almeno sui numeri
non ci sono obiezioni).
I cosiddetti interessi e
privilegi sindacali sono
alla fine secondari, la
buona convivenza del
paese, la sua sanità e integrità
democratiche sono
invece un bene assoluto.
Le crociate periodiche
contro di noi –
l’ultima fatica, degna
di miglior causa, è quella
malandrina di Livadiotti
- non sarebbero
poi tanto pericolose se
puntassero ai gruppi dirigenti
soltanto. Abbiamo
invece il fondato timore
che si miri al sindacato
per colpire i lavoratori,
le loro tutele,
la loro fiducia. In
un’epoca in cui i cantori
delle magnifiche sorti
e progressive del mercato
abbondano e i dogmi
del pensiero unico
globalista trionfano, il
sindacato disturba, nuoce,
è un’anomalia, culturale
e fisica, da azzerare.
Diviene il capro
espiatorio ideale, contro
cui lanciare la condanna
di conservatorismo,
di fuga nel passato,
di chiusura corporativa,
di rifiuto dell’innovazione.
Ma non stracciamoci
le vesti, siamo
un falso bersaglio.
L’obiettivo reale sono i
diritti individuali legati
al lavoro e alla produzione,
sono i contratti
collettivi, è il potere
d’interdizione delle
Rsu, è la concertazione.
Questa pare a noi la
posta in gioco.
Se così stanno i fatti, la
risposta deve essere ferma
e netta.
Nel merito le accuse di
Livadiotti e compagnia
si somigliano tutte. Sono
facili da contestare,
anche quando sembrano
argomentate e non si
esprimono nel linguaggio
becero della destra
demagogica.
L’idea innanzitutto che
il sindacato sia un’oligarchia
impenetrabile,
una torre d’avorio senza
porte e finestre, sorda
alle regole democratiche,
votata alla riproduzione
autarchica di
tessere e prebende, è
una caricatura grossolana.
La smentita viene
ogni giorno dal consenso
guadagnato sul campo
da schiere di militanti
e quadri e corroborato
dalle elezioni di migliaia
di delegati aziendali,
dalle consultazioni
sulle vertenze, le piattaforme
contrattuali,
gli accordi con il governo.
Questo esercizio
quotidiano di libertà e
di solidarietà ha pochi
eguali nella vita della
comunità nazionale e
fa premio sugli episodi
di malfunzionamento e
di lontananza dalla base
che pure il sindacato
registra.
Si dice che il ricambio
al vertice dovrebbe essere
più rapido e frequente.
Vero, ma siamo
stati i primi a porre
un termine ai mandati. I
politici sono arrivati dopo
e male, i massimi dirigenti
di grandi banche
e imprese ci debbono
pensare. Per loro il ricambio
è un girotondo,
un salto confortevole
da un posto all’altro, reso
ogni volta più allegro
da liquidazioni faraoniche
(quale che sia il
rendimento effettivo
delle società, comeè dimostrabile
prove alla
mano).
L’adesione al sindacato
è libera e revocabile.
Niente di più normale
che iscriversi e cancellarsi,
come fanno migliaia
di tesserati ogni
anno, non avendo bisogno
di consulenti speciali
o di pratiche costose
e defatiganticome invece
sembra pensare
Dario Di Vico - che pure
è fra quelli seri e che
un po’ di meriti ce li riconosce.
Anchela richiesta di trasparenza
dei conti economici,
che allude a
chissà quali rischi di
abusi e di corruzione, è
superata dagli eventi. I
nostri bilanci sono affidabili,
grazie a controlli
interni e a verifiche
esterne. Non è certo sul
corretto impiego delle
risorse che il sindacato
manifesta segni di fragilità
e di inefficienza. È
piuttosto nella gestione
dei servizi che siamo carenti;
nell’offerta di
una rete di protezione
che sia pronta e diffusa
nel territorio.
Di questo i soci chiedono
ragione al sindacato.
Noninvocano dai gruppi
dirigenti onestà e moralità
(doti che fanno
parte dei requisiti minimi
d’accesso), quanto
fantasia ed energia operativa.
Potremmo dire
che reclamano spirito
imprenditoriale, ma è
più giusto parlare di
coinvolgimento partecipativo
e di sussidiarietà.
Anchel’accusa al sindacato
di essere poco responsabile,
e indifferente
verso i bisogni dei cittadini,
ricalca un pigro
luogo comune. Per sindacati
come il nostro, il
codice di autoregolamentazione
è sacro. Gli
scioperi nei pubblici
servizi pesano sulle tasche
degli iscritti e prevedono
garanzie rigide
per i cittadini, sempre rispettate
da noi. Lo stesso
non vale per molti
sindacati autonomi,
spesso insignificanti
per numero e qualità,
che razzolano con la
complicità disinvolta
della controparte, e rimangono
impuniti.
Potremmo replicare ancora
e passare a fare
l’elenco dei nostri meriti:
dal contributo decisivo
alla ricostruzione
nel dopoguerra, alla lotta
di emancipazione di
contadini e operai negli
anni della crescita industriale
e del miracolo
economico; alla difesa
costante delle istituzioni
repubblicane, alla lotta
al terrorismo; alla
strategia concertativa
di politica dei redditi,
di moderazione salariale
e di contrasto all’inflazione
nel periodo
cruciale dell’ingresso
nell’Unione europea;
agli accordi nazionali
tripartiti con governo e
padronato. Tra essi,
quello fondamentale e
per noi irrinunciabile
del 23 luglio 2007, sul
regime previdenziale,
la rivalutazione delle
pensioni, l’occupazione
giovanile.
Il sindacato confederale
è molto più che una
”sorta di pronto soccorso
di socialità” presente
nelle pieghe meno
agevoli del tessuto comunitario
(piccole imprese,
cantieri edili, immigrati,
etc...). Non abbiamo
sottoscritto alcun
patto faustiano, come
vorrebbe Di Vico.
Abbiamo conservato la
nostra anima e il potere
non ci ha dato alla testa.
Siamo un presidio permanente
a favore dei deboli
e degli emarginati,
dei nuovi poveri, occupati
e non. Un motivo
forte di speranza nella
legalità e nella giustizia,
un esempio raro di
democrazia attiva e coesiva.
Non siamo una
consorteria, o un ordine
cavalleresco, ma un
grande movimento che
è entrato nelle fibre più
intime del paese (il paragone
coi carabinieri
ci piace, ma è limitativo...),
nella sua storia e
nel suo costume. Su
questo, ripetiamo, anche
gli avversari sono a
malincuore d’accordo.
Salvo poi a lasciarsi
prendere dagli spiriti
animali.
Per parte nostra faremmobene
a non cedere alla
tentazione della polemica
astiosa e della requisitoria
cieca.Le critiche,
pure quelle sbagliate,
inducono a riflettere
e rivedere se stessi.
Chiarezza e linearità
nelle parole (la nostra
comunicazione è contorta
e fa a gara con
quella ondivaga dei politici)
e nei comportamenti,
massima pubblicità
nell’uso delle risorse,
fluidità negli avvicendamenti
al vertice,
rapporto assiduo con
gli iscritti; uso attento
della nostra forza rivendicativa,
interazione positiva
con le altre istanze
associative, autonomia
e dialogo costruttivo
con i poteri istituzionali;
allargamento dei
nostri spazi di presenza
e di iniziativa ai mondi
(giovani, precariato, atipici,
professioni, volontariato)
che stanno al di
qua o al di là del lavoro
strutturato: sono caratteristiche
che dobbiamo
incarnare e migliorare,
avendo a riferimento
i principi costitutivi.
Abbiamo margini
di miglioramento rilevanti.
La nostra scomparsa
non è all’orizzonte,
a dispetto dei profeti
di sventura. Il futuro ci
sorriderà ancora, se sapremo
sfidarlo a viso
aperto.
* Segretario generale
Cisl Scuola


01 Luglio 2008 12:07:15, inviato da riccardo
Nell'articolo co sono delle inesatezze che sarebbe bene puntualizzare.
Prima di tutto il finanziamento degli enti di patronato viene effettuato solo dal ministero del lavoro dopo che le tabelle ministeriali di ciascu ente di assisitenza sia passato sotto l'attento esame dell'ispettorato del lavoro.
Questo controllo minuzioso viene effettuato pratica per pratica e dovrebbe essere usato di frequente anche in altre istituzioni.
L'attività di Patronato è gratutita in tutte le sue forme . Ecco perchè il Ministero eroga le prestazioni.
Per ottenere il fatidico punteggio è necessario che la prestazione sia liquidata.
E credo in questo articolo non venga spiegato doverosamente.
In definitiva il patronato è un risorsa in quanto grazie al lavoro e allo spirito di abnegazione di molti operatori che molti diritti siano stati riconosciuti.
Quello però che mi spiace che nessuno parla degli operatori che a volte hanno stipendi da fame e che la loro professionalità non venga riconosciuta da nessuno anche perchè questo mestiere non si impara da nessuna parte e a volte, siamo una categoria che non viene assolutamente valorizzata anche perchè nel campo dei servizi con decreti vari siamo diventati più cacciatori di pratiche che degli assistenti previdenziali.
E' vero ci sono molti che criticano il nostro lavoro, ma è un lavoro necessario data le innumerevoli leggi sentenze ecc che ogni operatore dovrebbe conoscere.
01 Ottobre 2009 10:09:57, inviato da TINO
Non credo che questa sia la verità tenuto conto che per arrivare al punteggio la domanda o le domande devono essere liquidate per aver diritto al punteggio e non serve solo presentare le stesse.
Senza contare che questo è il primo passo per il riconoscimento del punteggio anche perchè successivamente vengono consolidate solo dopo la verifica puntuale e minuziosa dell'Ispettorato del lavoro. Quindi prima di fare queste affermazioni bisognerebbe sapere le norme che regolano i patronati.Di contro però credo che ci sia molta ignoranza sul sistema del patronato cosa che ormai è risaputa da tutti e questa è l'ulteriore conferma di quel senso di gratuità che a volte non traspare nei ragionamenti.
Però anche il ruolo dei patronati compresi gli operatori,che sono dei veri e propri profesisonisti e non passa carte dell'ultima ora, e proprio perchè è una categoria di cuinon si parla sarebbe ora che qualcuno riconosca giuridicamente il nostro ruolo.
10 Marzo 2010 15:14:14, inviato da Sabina
Il patronato ACLI e un imbroglio.. Quelli all'estero ancora di piu.

Dov'e il senso Associazioni CRISTIANE Lavoratori Italiani, se LO SPIRITO CRISTIANO su cui si basa il nome, poi sparisce davanti all'interesse del punteggio? Che se la persona che si presenta al Patronato ha solo bisogno di un'informazione quasi neanche viene lasciata entrare perche le informazioni non danno punti, e di conseguenza nemmeno soldi???

CHI HA CORAGGIO DI RISPONDERE A QUESTO QUESITO???

Qualcuno del patronato forse???

Il Patronato ACLI solo serve per RUBARE SOLDI ALLO STATO.

Perche non si fanno verifiche sull'efficienza dei Patronati in AMERICA LATINA? che ci sono delle persone assunte, ma ch enon si sono MAI presentate al luogo di lavoro?

SI ACCETTANO OPINIONI!!!
10 Marzo 2010 16:14:49, inviato da per Sabina
Sabina, lo Spirito Cristiano bisogna cercarlo altrove, se ancora c'è.....
anzi se qualcuno lo trova ci desse notiza e magari lo comunica anche a coloro che si si fanno scudo (come quello crociato) della sigla ACLI. Saluti

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