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Quando mesi fa Trevor Cooper di Moody’s cercò di parlare al governo di Dubai, non trovò una sola segretaria disposta a riceverlo. C’è da capire. Cooper fa l’analista di una di quelle agenzie che pretendono di giudicare, spesso sbagliando, se un debitore fallirà. Ma l’emirato è una monarchia assoluta. E anche nell’era dei grattacieli di 800 metri e dei fondi sovrani, questo significa esattamente ciò che significava nel medioevo: il sovrano Sheikh Mohammed bin Rashid al-Maktoum è lo Stato e incarna la legge, nessuno può chiedergli quali società e quanti debiti siano suoi, dell’emirato o magari di qualche altro azionista. Nessuno lo deve sapere.
Ovvio alla fine che Cooper si sia mosso come si fa con con un governo che chiede ai mercati decine di miliardi, ma non dà loro udienza: declassamento, costo del debito alle stelle e il crac un passo più vicino. Poi però l’analista di Moody’s quest’estate ha ricevuto sul suo Blackberry una richiesta. In verità anche gli altri 145 mila proprietari di un Blackberry negli Emirati Arabi Uniti, quasi tutti uomini di finanza importati dall’Europa o dall’America, l’anno ricevuta insieme a lui. Era un messaggio che invitava a scaricare un software e da quel giorno le batterie dei palmari non hanno funzionato più. Ben presto molti trader, broker e banchieri di Londra o New York, arrivati nel Golfo in cerca di fortuna, hanno capito cos’era successo: gli emiri avevano incaricato la società californiana Etisalat di infiltrare un sistema spia nei telefoni dei manager per intercettare i loro messaggi.
Incompetenza, paranoia, mania di grandezza sono tratti del carattere che difficilmente funzionano anche nel capitalismo alle corde di questi tempi. Solo un anno fa Nasser Al Shali, supermanager del Dubai International Financial Center, guardava dal suo ufficio al quindicesimo piano i cantieri a perdita d’occhio nel deserto e chiedeva all’Occidente «una gestione intelligente della liquidità, invece di scoraggiare la nostra partecipazione ai mercati». Eppure gli ultimi eventi ricordano piuttosto il fortuito annuncio di un funzionario della Ddr, quello che una notte rovesciò i berlinesi oltre il Muro. In fondo a un comunicato, una portavoce ministeriale ha messo una mezza frase sull’idea di congelare le scadenze del debito di Dubai World. Possibile? La holding era di fatto già commissariata da Deloitte. Una settimana prima, era stato defenestrato il capo del Dubai Financial Centre e due ore prima due banche di Abu Dhabi avevano prestato altri cinque miliardi a Dubai. Solo il mese scorso un bond islamico da due miliardi dell’emirato era stato sottoscritto quattro volte l’offerta e l’unica scadenza imminente da onorare era di 4 miliardi (a metà dicembre).
Niente di ingestibile, in un sistema aperto. Forse all’emiro sarebbe bastato capire che lui non dovrà render conto a Dubai, ma Dubai deve farlo con il resto del mondo. O magari era sufficiente concedere più potere e più controllo (per esempio: sulla Emirates Airlines) ai cugini-rivali di Abu Dhabi, ricchi loro sì di tutto il petrolio degli Emirati e di fondi sovrani da 800 miliardi. Ormai però l’otre dei venti si è aperto. Dal Bahrein a Riad, fino allo sfacciatamente ricco Qatar, il panico finanziario è l’unico vero sovrano assoluto. Il miraggio dei grattacieli dell’Occidente rincorso sulla base di un autoritarismo tribale presenta il suo conto.
Poi però il messaggio si ripercuote anche lontano dal Golfo. Una scadenza (forse) mancata da 4 miliardi di dollari sul debito di Dubai World, ieri è costata alle Borse europee 152 miliardi di euro bruciati. Se lo Sheikh Mohammed voleva una prova della fragilità dei mercati globali, sostenuti fino a qui solo dalla liquidità iniettata dalle banche centrali, ora ce l’ha. In Dubai, con la sua selva di grattacieli vuoti o costellati di elettroni liberi della finanza, qualcuno vedrà magari una metafora. Ma l’emiro no: continua a vivere in un palazzo tribale a un piano solo, dietro un muro bianco che lo ripara dal mondo.
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