Messi, il genio senza patria


Pubblicato da Iole il 22 Dicembre 2009 - articolo letto 272 volte

Un anno da dieci. Ha vinto tutto, Lionel Messi. Tutto quello che c’era: sei titoli con il Barcellona - l’ultimo, il Mondiale per club, sabato ad Abu Dahbi - più il Pallone d’oro, più il premio Fifa. Il resto, mancia: la qualificazione ai Mondiali, il passaggio agli ottavi di Champions League. Non male, per una Pulce di 22 anni. Eppure gli argentini continuano a chiamarlo «el catalan», il catalano, cosa che lo manda in bestia. Lui, Lionel Andrés Messi, nato a Rosario, Argentina vera, Argentina operaia. Si è sfogato con «El Pais»: «Non li capisco proprio, i miei connazionali. Vero, in Nazionale non sono ancora stato decisivo come nel Barça, ma questo è un altro discorso. Io ce l’ho messa tutta, sempre. Stasera, a Barcellona, la seleccion di Maradona affronterà in amichevole la Catalogna, io non giocherò ma tiferò Argentina, naturalmente. Continuano a considerarmi "uno di qui", e non "uno di lì", forse perché me ne andai bambino, forse perché a certi livelli ho giocato solo in Europa. Non credo che sia una colpa. Avevo gravi problemi fisici, non crescevo in altezza, il Barcellona mi pagò vitto, alloggio e cure. Il Barça, non il River Plate o il Boca Juniors».

Un metro e sessantanove. Nel calcio, conta quanto sei bravo, non quanto sei alto. Nell’albo d’oro del Fifa World Player, Messi succede a Cristiano Ronaldo, mister 94 milioni di euro. Giocava ancora nel Manchester United, quando, il 12 gennaio scorso, il circo di Sepp Blatter lo incoronò «campione» del mondo. Già si parlava del suo trasferimento al Real: pudìco, smentì e mentì. Se il Pallone d’oro lo votano i giornalisti, il podio di Zurigo pende e dipende dal gusto dei commissari tecnici e dei capitani delle Nazionali. Il trofeo di «France Football» nacque nel 1956, quello della Fifa ha visto la luce nel 1991, per un totale di diciannove edizioni. Sarà un caso, ma in ben dodici occasioni il vincitore dell’uno ha coinciso con il detentore dell’altro. O i ct si sono abbassati al livello di noi scribi, o noi scribi abbiamo «studiato» da tecnici: fate un po’ voi.

Il protocollo ha radunato alla Kongresshaus di Zurigo la voce di Laura Pausini e i cinque finalisti: tre del Barcellona (Messi, Xavi, Iniesta) e due del Real (Cristiano Ronaldo e Kakà). Tutti felici, naturalmente, di essere sul palco e onorati, onoratissimi, di rispondere alle domande del cosiddetto quarto potere. Per Cristiano Ronaldo, «lo avrebbero meritato anche Xavi e Iniesta». Profilo basso, Leo Messi si ritrova prigioniero del suo talento e della sua società: già a 22 anni, e in un’unica stagione, ha fatto piazza pulita di tutto. Liga, Coppa del Re, Supercoppa spagnola, Champions League, Supercoppa d’Europa, Mondiale per club. Per migliorarsi, è condannato a vincere il Mondiale, e qui torniamo allo strano rapporto che lo lega agli argentini. Per Maradona, «guardare Messi è meglio che fare sesso». Nei bar di Buenos Aires, pensavano così di lui, non di Leo.

La vittoria, annunciata da Michel Platini, è stata schiacciante: 1073 punti contro i 352 di Cristiano Ronaldo. Lippi ha votato Messi, Xavi, Iniesta; Fabio Cannavaro, da parte sua, Messi, Cristiano Ronaldo, Iniesta. Spigolando fra le schede: Domenech - sì, proprio lui - e Tardelli, vice Trap, si sono ricordati di Buffon. Evviva la banda Bassotti: Messi 1,69, Xavi e Iniesta 1,70. Il calcio, per fortuna, non è solo forza bruta. Secondo Messi, «la fantasia è ancora una merce importante». Ha segnato di testa, nella finale di Champions, al Manchester United di Cristiano Ronaldo, e ha segnato di petto, nella finale «intercontinentale», all’Estudiantes di Juan Sebastian Veron. Il presidente Laporta l’ha vincolato fino al 2016 con un contratto-super di 10,5 milioni di euro a stagione e una clausola rescissoria di 250 milioni. Era così piccolo, così gracile, così malato. Sembrava il brutto anatroccolo della compagnia. È il cigno delle favole. Agli argentini ha portato anche l’oro olimpico di Pechino, non proprio una medaglietta di latta. Non lo avesse mai fatto. Per loro, continua a essere il genio della lampada, sì, ma di una lampada che illumina altre stanze, altri palazzi.
(LA STAMPA)


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